In generale, quando nella società la maggior parte dei partecipanti non si rende conto di concorrere a nessun bene comune e a nessuno scopo ben preciso ma solo di partecipare passivamente a modi, tempi e abitudini imposti da qualcos’altro, qualcosa va tremendamente storto.
Se ripensassimo al passato e ai momenti più tetri della storia dell’umanità ci accorgeremmo che proprio questa ignoranza ha comportato lo sviluppo di movimenti lesivi della libertà del singolo poi sfociati in atti disumanizzanti.
Siamo tutti sempre più soli e individualisti; eppure il consumismo riesce a trasmetterci l’illusione di essere unici e di poter scegliere e personalizzare i suoi prodotti identici per tutti. Quando corriamo a fare la fila per comprare il nuovo modello di cellulare che dopo poche ore verrà rimpiazzato da un suo modernizzato e più aggiornato surrogato, stiamo semplicemente riducendo noi stessi a prodotto. I nostri soldi, il nostro tempo, i nostri gusti vengono inglobati nella società dei consumi.
In un certo senso, come scriveva Günther Anders , lasciamo che i nostri vecchi oggetti che ci hanno seguito e magari sono ancora funzionanti ma ai nostri occhi innecessari vengano buttati via insieme al nostro passato. Ma quegli oggetti rappresentano già un pezzo del nostro mondo e del nostro passato, di cui ci disfiamo per altri oggetti di cui non abbiamo un reale bisogno perché più moderni.
Noi stessi siamo diventati un prodotto e in che modo? Invecchiamo, sempre più in fretta, come i nuovi modelli diventiamo obsoleti in poco tempo. Ci illudiamo di potere rimanere al passo con il tempo rimanendo giovani o fingendo di esserlo, riuscendo a seguire le mode che eventualmente riusciamo a inseguire fosse solo nei due mesi estivi in cui ci viene imposta la competizione dei corpi in una affollata spiaggia brulicante di vita.
Corriamo in palestra subito dopo il parto, per ritornare ad essere un prodotto commerciabile, cerchiamo di “tenerci bene “ per potere essere rivendibili sul mercato, su un mercato in cui la carne scade in fretta e noi non riusciamo a starle dietro. Sostituiamo le altre persone come se fossero un prodotto, trattandole superficialmente e utilizzandole sino a quando ci sono utili, ma alla prima difficoltà tendiamo ad abbandonarle.. laddove finisce il guadagno, il nostro ritorno personale, le lasciamo stare come se fossero dei prodotti che non ci servono più.
Trascurando il fatto che le persone si possano sentire abbandonate; le più sensibili e meno abituate a trattare una fitta rete di rapporti sociali superficiali potrebbero soffrirne, sentirsi talmente snervate da ammalarsi o lasciarsi andare in un mondo che non le capisce più.
Oggi nessuno vuole morire, nessuno vuole invecchiare ma ci si dovrebbe chiedere che senso ha vivere una vita senza eroismo, senza vere emozioni che ti facciano sentire vivo, ma solo un susseguirsi di giorni tutti identici e anestetizzati dall’acquisto del prodotto che la rèclame e la massa di altri consumatori ritengono necessaria per la felicità dell’individuo.
Eppure una volta, c’era un diverso modo di vivere… Siamo abituati a vivere qui ed ora, come se fosse sempre stato così, come se ci venisse consegnato un presente e un futuro senza una possibilità di intervento o influenza…Invece, basterebbe pensare ai Greci e alla loro concezione ciclica del tempo per riscoprire alcuni valori e semplicemente alcuni ritmi trascurati a cui dobbiamo comunque sottostare perché ci vengono imposti dalla Natura. La ciclicità del tempo, delle stagioni della vita, come una ruota che gira.